LETTERA DI UN BERGAMASCO

Ciao cara,
sono qui che seguo la coda procedendo lentamente, in silenzio. Com’è tutto diverso da questa prospettiva, la moviola sul mondo sembra frenare il suo frenetico vivere.

ti chiedo scusa cara se sono andato via così all’improvviso senza salutarti.
Ora che non posso parlare mi accorgo che ci sono tante cose che vorrei dirti.
Ora mi accorgo di quanto erano importanti.

Ti chiedo scusa cara per non averti detto ogni giorno quanto ti amo,
Ma ti prometto che lo scriverò nell’azzurro del cielo affinché tu lo possa leggere.

Ti prego cara, dillo agli altri.
Dì loro quanto è importante ogni singolo istante, nulla va sprecato, neanche ciò che sembra inutile.


Ti prego cara, porta questo messaggio agli altri.
Dì loro che è arrivato il momento di restare immobili per combattere il nemico invisibile che ci ruba il respiro.
Dì loro che questa prigione salverà le loro vite e poi tutto sarà diverso se avranno la capacità di apprendere dai propri errori.

Ti prego cara, porta questo messaggio agli altri, io non posso perché non sono più.
Non sono più nemmeno dentro questa scatola di legno sopra questo camioncino verde, qui c’è solo il mio corpo che osservo allontanarsi dall’alto.

L’ ISOLA CHE C’È

Seconda nota a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al Divino,
poi la strada la trovi da te
porta all’Isola che c’è.

È un’isola
quasi disabitata,
dalla città frivola
dimenticata.

Lì vivono padre Altruismo
e madre Saggezza
con i bimbi sperduti dallo scetticismo,
Amore, Umanità e Consapevolezza.

Sai quel luogo postremo
che sta fra la temperanza e il coraggio?
È lì che ci ritroveremo,
quando avremo imparato e sarà decorso il peggio.

LA LIBERTÀ DEGLI SCIOCCHI

C’era una volta un pianeta bellissimo, pieno di distese verdi, di mari limpidi e di aria sana. In questo pianeta vivevano libere (o almeno così credevano) molte specie animali ma fra queste, ce n’era una convinta di essere superiore. Talmente superiore da assumere il comando e decidere la sorte delle altre specie, portando via loro, tutto ciò che di prezioso possedevano, comprese la dignità e a volte anche la vita.

Li chiamavano “umani” ed erano liberi (o almeno così credevano) di prendere tutto, senza dare nulla, disperdendo ovunque i loro scarti. Così le distese erano sempre meno verdi, i mari sempre più torbidi e l’aria sempre meno sana. Ma gli umani erano liberi (o almeno così credevano) di superare la perfezione della natura, sostituendo i suoi frutti con prototipi artificiali partoriti dalla loro intelligenza.

Costruirono macchine che lavoravano al loro posto, in maniera che potessero essere sempre più liberi (o almeno così credevano) di fare cose più importanti. Fare? La parola “fare” aveva ormai acquisito un significato tutt’altro che animato. Ma gli umani, ignorando questo particolare, continuarono a credere di “fare” creando delle scatole intelligenti che li avrebbero sostituiti nel fare, in modo che loro potessero essere ancora più liberi (o almeno così credevano).

Queste scatole erano sempre più intelligenti, sempre più sofisticate e sempre più piccole, talmente piccole da stare dentro il palmo di una mano. Grazie a queste scatole, gli umani sarebbero diventati completamente liberi (o almeno così credevano). Le scatole “consigliavano” loro come vivere, quando mangiare, quando dormire, dove andare. Le scatole controllavano il loro conto in banca, i loro spostamenti, i loro gusti, i loro acquisti.

Ecco, finalmente gli umani sono completamente liberi, liberi di vivere dentro piccole scatole intelligenti, da loro stessi costruite, che stanno dentro il palmo di una mano… ma della mano di chi?
Mmmh… E vissero tutti prigionieri e contenti.

CARNEVALE (curiosità e poesia)

Ci sono molte interpretazioni riguardanti questa parola che ci fa pensare subito a coriandoli, maschere, dolci e divertimento. La più accreditata, deriva dal termine latino carnem levare che significa, togliere la carne ed è legata alle tradizioni dei paesi cattolici. Infatti stava ad indicare l’ultimo banchetto prima dell’inizio della quaresima, (mercoledì delle ceneri) lungo periodo di diguno e purificazione antecedente alla Pasqua. Tale banchetto avveniva di martedì, detto ancora oggi martedì grasso, proprio per l’abbondanza di cibo e festeggiamenti.

Altre interpretazioni contemplano la parola, carnualia che significa giochi campagnoli o la locuzione, carrus navalis che significa nave su ruote. Infatti in molte località, durante la settimana, detta grassa, del carnevale sfilano carri su ruote con a bordo allegri passeggeri mascherati.

Ma c’era una bambina, tanti anni fa che attendeva il carnevale perchè in quel periodo diventava magica e poteva trasformarsi in ciò che desiderava: una fatina, una ballerina di flamengo, una dama ottocentesca… Chissà che fine ha fatto quella bambina, ho sentito dire che oggi scrive romanzi e poesie ma talvolta a carnevale indossa ancora la sua magia.

I CARRI

Vengano avanti i carrus navalis
repleti di maschere che offron sorrisi,
con i passanti che chiedon ” Quo vadis?
e per un momento ripongon le crisi.
Giran le ruote su pavè di colori
il cigolar non si ode coperto dalla musica ridente
ognun con le sue gioie e i suoi dolori
saluta osservandoli passare lentamente.

SONO COLPEVOLE (poesia ispirata dal mio primo libro “La roulette dei sogni”)

Signore e signori della corte
sono colpevole
e di quella che sarà la mia sorte
perfettamente consapevole.
Premeditatamente l’arma ho impugnato
per soddisfare i miei bisogni,
rigo dopo rigo ho commesso il reato
dando vita alla “roulette dei sogni”.
D’allora sono rea recidiva
non mi posso e non mi voglio fermare,
fedele come l’onda sulla riva
continuamente la mia roulette faccio girare.
Nuoto nel mar dove non si piglian pesci
e al mio destare scrivo
a voi completamente nesci
che il vagheggiar è il posto dov’io vivo.

SONO UN CUORE CHE BUSSA

Sono un cuore che bussa
nella città posticcia,
abitata da sordi parlanti
e da muti non non udenti,
tutti impegnati alla costruzione di babele.
Nessuno ode il mio bussare
perchè la mia carne pulsante,
sul cemento non fa rumore
perchè questo mio muscolo caldo
ha solo gemelli di ghiaccio
che si toccano accidentalmente
senza turbarsi.
Mentr’ io mi turbo
dell’incuria che m’assale.

L’OCCHIO SUL MONDO

Locchio sul mondo guarda

i suoi figli errare
come cuculi usurpatori di tane
inviati fra le stelle a cercare
terre vergini e più sane

L’occhio sul mondo piange

il suo dono d’amore stropicciato
da cloni di Attila affamati
violato, prosciugato, bruciato e calcinato
dove erba più non cresce su terreni ammalati.

L’occhio sul mondo è offeso

perchè al fiore porto
abbian preferito la spada
e all’uomo vivo, un uomo morto
trasformando la vita in sciarada.

L’occhio sul mondo è chiuso

accecato come Polifemo
da piccoli Caini della loro stessa carne
avidi pacman senza freno
che dell’amore non sanno più che farne.

COME LA NEVE

Come la neve è il cambiamento
che sembra arrivare all’improvviso
ma in realtà è semplicemente lento
e spesso lascia solchi lungo il viso.
Come la neve che cade silenziosa nella notte
regalando a breve tempo un nuovo sfondo,
io, armata di illusioni come Donchisciotte
silenziosamente sogno di cambiare il mondo.
Come la neve l’anima è bianca
ma vive dentro un gelo che non le appartiene
ignorata consigliera di un corpo che arranca
e che non ricorda da dove proviene.
Come la neve siam tutti,
anime bianche che cadono sul mondo
angeli a piedi o diavoli distrutti
evaporiamo al cielo dopo aver toccato il fondo.

DOV’ È IL DIAVOLO?

Col suo fare sofisma
la nostra vita ha circonciso
come un raggio nel prisma
inibendoci il paradiso.
Dov’è il diavolo?
Con il forcone
e con le corna
un tormentone
che sembra sparire ma poi ritorna.
Dov’è il diavolo?
Col suo sorriso affascinante
ad indicarci la strada più facile,
col suo charme accecante
a divenirci materia plasmabile.
Dov’è il diavolo?
E’ forse nell’ade
fra dannati e finti eroi?
No, è dove non si evade
è dentro di noi

BATTITO O RUMORE

Vorrei farmi piccola da entrare
in un taschino all’altezza del cuore
così vicina da appurare
se il suo è un battito o soltanto un rumore
se è un suono melodico
o la stonatura di un organo distopico
se mi invita a danzare
o se ancora una volta devo scappare.
Scappare da un mondo senza battito
che fa un rumore tremendo
che si nutre di shock anafilattico
e che pian piano si sta perdendo.
Non posso farmi piccola da entrare
in quel taschino all’altezza del cuore
ma sono stata ad ascoltare
e ho udito un battito fra tanto rumore.